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Imprese italiane e AI: i dati ISTAT 2025 per dimensione e settore

Imprese italiane e AI secondo ISTAT: nel 2025 la usa il 16,4% delle aziende con almeno 10 addetti. Dati per dimensione, settore, ostacoli e come leggerli.

Secondo l’ultima rilevazione ISTAT «Imprese e ICT», pubblicata il 15 dicembre 2025, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti usa almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, il doppio dell’8,2% del 2024. La crescita però non è uguale per tutti: le grandi imprese corrono, le PMI restano indietro e tra i settori le distanze sono ampie. Ecco i numeri principali e come leggerli senza trarre conclusioni sbagliate.

In breve

  • Nel 2025 usa l’AI il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti: era l’8,2% nel 2024 e il 5,0% nel 2023.
  • Le grandi imprese (250 addetti e oltre) sono al 53,1%, le PMI al 15,7%: il divario è salito a 37 punti percentuali, dai circa 20 del 2023.
  • I servizi di informazione e comunicazione arrivano al 51,3%, le costruzioni si fermano al 10,4%.
  • Tra le imprese che hanno valutato l’AI senza adottarla, il primo ostacolo è la mancanza di competenze (58,6%).

Quante imprese usano l’intelligenza artificiale in Italia?

Il dato di riferimento è quello dell’indagine annuale ISTAT sull’uso delle tecnologie dell’informazione nelle imprese, la stessa che alimenta le statistiche europee di Eurostat. Riguarda le imprese attive con almeno 10 addetti dell’industria e dei servizi ed è stata condotta tra maggio e luglio 2025 su un campione di 26.246 imprese, rappresentative di 218.446 aziende.

In questa indagine un’impresa «usa l’AI» se dichiara di impiegare almeno una tecnologia di intelligenza artificiale: dall’analisi dei testi alla generazione di contenuti, dal riconoscimento vocale al machine learning. Con questa definizione la quota è passata dal 5,0% del 2023 all’8,2% del 2024, fino al 16,4% del 2025. Resta però una maggioranza ampia, l’83,6%, che non usa alcuna tecnologia di AI.

Cresce anche l’interesse: tra le imprese che non la usano, l’11,5% ha valutato di adottarla, contro il 4,6% del 2023.

Grandi imprese e PMI: perché il divario si allarga

Nelle imprese con 250 addetti e oltre l’AI è ormai maggioritaria: la usa il 53,1%, contro il 32,5% del 2024. Nelle PMI, da 10 a 249 addetti, la quota è raddoppiata in un anno, dal 7,7% al 15,7%, ma parte da molto più in basso.

Il risultato è che la distanza aumenta. Secondo ISTAT il divario tra grandi imprese e PMI era di circa 20 punti percentuali nel 2023, di 25 nel 2024 e di 37 nel 2025: le grandi aziende hanno accelerato più in fretta delle piccole.

Il dettaglio pubblicato da Eurostat aiuta a capire dove si concentra il ritardo: in Italia nel 2025 usa l’AI il 14,2% delle piccole imprese (10-49 addetti) e il 27,6% delle medie (50-249 addetti). Sul territorio, ISTAT segnala il Nord-ovest, passato dall’8,9% del 2024 al 19,3% del 2025.

In quali settori l’AI è più diffusa?

Le differenze tra settori sono forti. Questa è la quota di imprese con almeno 10 addetti che usano l’AI nel 2025, per attività economica:

  • servizi di informazione e comunicazione: 51,3%;
  • attività professionali, scientifiche e tecniche: 35,7%;
  • fornitura di energia: 33,2%;
  • commercio: 18,1%;
  • noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese: 16,0%;
  • manifattura: 14,7%;
  • attività immobiliari: 14,0%;
  • alloggio e ristorazione: 11,7%;
  • trasporto e magazzinaggio: 11,6%;
  • costruzioni: 10,4%;
  • acqua, reti fognarie e gestione dei rifiuti: 9,3%.

Scendendo nei singoli comparti, ISTAT indica valori ancora più alti per informatica e servizi d’informazione (53%), produzione cinematografica, video e musicale (49,5%) e telecomunicazioni (37,3%). Per un ristorante, un’impresa edile o un’azienda di trasporti, quindi, il confronto giusto è con il proprio settore, non con la media nazionale.

Quali tecnologie usano le imprese e per fare cosa?

Tra le imprese che usano l’AI, la tecnologia più diffusa è l’estrazione di informazioni dai testi (70,8%), seguita dall’AI generativa per testi, parlato, immagini, video o audio (59,1%) e dal riconoscimento vocale (41,3%). Il machine learning per l’analisi dei dati si ferma al 20,0%. Il 10,6% delle imprese con almeno 10 addetti combina almeno due tecnologie di AI, contro il 5,2% del 2024.

Gli ambiti in cui l’AI viene impiegata più spesso sono marketing e vendite (33,1% delle imprese che la usano) e processi amministrativi (25,7%), seguiti da ricerca e sviluppo (20,0%), produzione (17,5%), sicurezza informatica (12,1%), contabilità e finanza (10,2%) e logistica (6,1%).

Come leggere questi dati senza sbagliare

  • Le imprese sotto i 10 addetti non ci sono. L’indagine misura solo le aziende con almeno 10 addetti: per le realtà più piccole questo indicatore non dice nulla.
  • «Usare» non vuol dire «integrare». Basta una tecnologia per entrare nella statistica. Un segnale: il 33,4% delle imprese che usano l’AI non indica alcuna finalità aziendale (era il 15,5% nel 2024) e l’83,3% di queste ha tra 10 e 49 addetti. È l’indizio di un uso ancora poco strutturato.
  • La definizione si è allargata. Nel 2024 l’AI generativa rilevata riguardava solo il linguaggio; nel 2025 il questionario include anche immagini, video e audio. Il confronto tra un anno e l’altro va letto con questa avvertenza.
  • È un dato dichiarato dalle imprese. Misura la diffusione, non quanto l’AI incida su costi, tempi o vendite.

Perché tante imprese non la usano?

ISTAT chiede alle imprese che hanno valutato l’AI senza adottarla quali ostacoli hanno incontrato. Le risposte più frequenti nel 2025:

  • mancanza di competenze: 58,6%;
  • incertezza sulle conseguenze normative: 47,3%;
  • dati non disponibili o di scarsa qualità: 45,2%;
  • timori per privacy e protezione dei dati: 43,2%;
  • costi elevati: 43,0%;
  • considerazioni etiche: 25,7%.

Solo il 14,8% ritiene l’AI non utile per la propria attività. La maggior parte delle imprese che ci ha pensato, quindi, non la rifiuta: si ferma perché mancano persone preparate, regole chiare e dati in ordine.

Cosa fare adesso

  1. Parti da un processo, non dalla tecnologia. Marketing, vendite e amministrazione sono gli ambiti più diffusi: scegli un’attività ripetitiva e misurabile, come rispondere alle richieste dei clienti o smistare le email.
  2. Investi sulle competenze. È il primo ostacolo indicato dalle imprese. Una formazione sull’AI per il personale riduce il rischio di un uso improvvisato e aiuta a scegliere gli strumenti giusti.
  3. Metti in ordine i dati. Listini, procedure e risposte alle domande frequenti vanno aggiornati prima di affidarli a un sistema di AI.
  4. Chiarisci le regole. Decidi quali strumenti sono ammessi, quali dati non vanno mai inseriti e chi controlla i risultati.
  5. Dai una finalità a ogni strumento. Se il 33,4% delle imprese che usano l’AI non sa indicare a cosa serve, conviene partire con obiettivo, responsabile e indicatori chiari.

Se il primo processo è l’assistenza ai clienti, un assistente digitale come ADI risponde su sito e WhatsApp solo con le informazioni approvate dall’azienda e passa la conversazione a una persona quando serve.

Informazioni aggiornate a ottobre 2026.

Domande frequenti

Quante imprese italiane usano l’intelligenza artificiale?

Secondo ISTAT, nel 2025 il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti usa almeno una tecnologia di AI. La quota era l’8,2% nel 2024 e il 5,0% nel 2023. Tra le grandi imprese si arriva al 53,1%, tra le PMI al 15,7%.

Le imprese con meno di 10 addetti sono comprese nei dati ISTAT sull’AI?

No. L’indagine «Imprese e ICT» riguarda le imprese attive con almeno 10 addetti dell’industria e dei servizi. Per le aziende più piccole questo indicatore non fornisce una misura.

L’Italia è indietro rispetto all’Europa sull’AI?

Sì. Eurostat indica per il 2025 una media UE del 20,0% di imprese con almeno 10 addetti che usano l’AI, contro il 16,4% dell’Italia. Nelle piccole imprese l’Italia è al 14,2% contro il 17,0% europeo, nelle grandi al 53,1% contro il 55,0%.

Qual è il principale ostacolo all’adozione dell’AI nelle imprese?

Tra le imprese che hanno valutato l’AI senza adottarla, il 58,6% indica la mancanza di competenze. Seguono l’incertezza normativa (47,3%), i dati assenti o di scarsa qualità (45,2%), la privacy (43,2%) e i costi (43,0%).

Fonti

Dall’articolo alla pratica

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