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Digital Fairness Act: cosa prepara l’UE e a che punto siamo

Digital Fairness Act: cosa prepara l’UE su dark pattern, abbonamenti e personalizzazione, a che punto è la proposta a ottobre 2026 e cosa fare già oggi.

Il Digital Fairness Act è la legge europea che la Commissione sta preparando per rendere più corrette le pratiche commerciali online: interfacce ingannevoli, design che crea dipendenza, abbonamenti difficili da disdire, personalizzazione scorretta e pubblicità degli influencer. A fine ottobre 2026 la proposta non è ancora stata presentata: è in programma per il quarto trimestre 2026, quindi oggi non ci sono obblighi nuovi, ma la direzione è già chiara.

In breve

  • Il programma di lavoro 2026 della Commissione indica il Digital Fairness Act come iniziativa legislativa per il quarto trimestre 2026; secondo il Servizio di ricerca del Parlamento europeo la presentazione è prevista per metà novembre.
  • Nasce dalla verifica di adeguatezza (fitness check) del diritto dei consumatori pubblicata dalla Commissione il 3 ottobre 2024.
  • Quella verifica stima in 7,9 miliardi di euro l’anno il danno ai consumatori causato da pratiche commerciali digitali problematiche, e la definisce una stima prudente.
  • La consultazione pubblica si è svolta dal 17 luglio al 24 ottobre 2025.

Cos’è il Digital Fairness Act e perché arriva adesso

Tra il 2022 e il 2024 la Commissione ha verificato se tre direttive storiche funzionano ancora nel mondo digitale: quella sulle pratiche commerciali sleali, quella sui diritti dei consumatori e quella sulle clausole abusive. Il risultato, il cosiddetto fitness check sull’equità digitale, dice che queste regole restano rilevanti e necessarie, ma online sono efficaci solo in parte.

Il Digital Fairness Act è la risposta a questa analisi. Secondo la Commissione l’obiettivo è rafforzare la tutela dei consumatori e l’equità digitale, garantire condizioni uguali per le imprese e semplificare le regole per chi opera nell’UE. Un’attenzione particolare è dedicata ai consumatori più vulnerabili, a partire dai minori.

Quali pratiche sono nel mirino

Le pagine ufficiali della Commissione e i documenti del Parlamento europeo indicano questi temi:

  • Dark pattern: scelte di design di un sito o di un’app che spingono l’utente verso decisioni che altrimenti non prenderebbe, come pulsanti nascosti o falsa urgenza. Le norme attuali li coprono solo in parte, come pratiche commerciali sleali.
  • Design che crea dipendenza: riproduzione automatica, scorrimento infinito, notifiche e ricompense pensate per trattenere le persone più a lungo.
  • Personalizzazione scorretta: la personalizzazione in sé non è illegale, ma diventa un problema quando sfrutta le vulnerabilità delle persone.
  • Prezzi: pratiche scorrette nella comunicazione dei prezzi; i prezzi dinamici e personalizzati non sono vietati in quanto tali, ma sono sotto osservazione.
  • Influencer: comunicazioni commerciali non dichiarate e responsabilità poco chiare.
  • Contratti digitali: difficoltà a disdire abbonamenti e rinnovi automatici.

Abbonamenti e disdette: il punto che tocca più aziende

È probabilmente il tema più concreto per una PMI che vende servizi in abbonamento, corsi online, box periodiche o software. Il briefing del Servizio di ricerca del Parlamento europeo riporta che il 69% dei rispondenti ha avuto difficoltà a disdire un contratto online e il 62% ha visto rinnovarsi un abbonamento senza ricevere un promemoria.

Lo stesso documento osserva che le direttive attuali non prevedono un diritto generale a disdire un abbonamento online con la stessa facilità con cui lo si è sottoscritto. È una lacuna che il Digital Fairness Act dovrebbe affrontare, ma come lo farà si saprà solo leggendo la proposta.

E i chatbot e gli assistenti AI?

I documenti ufficiali disponibili non parlano espressamente di chatbot. Il tema più vicino è quello dei contratti conclusi in modo automatico, anche tramite assistenti digitali, senza bisogno di un intervento umano. Secondo il briefing del Parlamento europeo, su questo punto la Commissione non ha trovato prove sufficienti per conclusioni definitive.

Per chi usa un assistente su sito o WhatsApp la lezione è comunque chiara: le stesse regole valgono per una pagina web e per una conversazione. Un assistente non deve mettere fretta con urgenze false, nascondere i costi o rendere difficile la disdetta. Se un cliente chiede come cancellarsi, la risposta giusta è una spiegazione chiara o il passaggio a una persona. Ne abbiamo parlato anche a proposito di come consigliare senza forzare.

Chi spinge in quale direzione

Le posizioni sono divise. Le associazioni dei consumatori chiedono regole nuove e vincolanti; le rappresentanze delle imprese preferiscono applicare meglio le norme esistenti. Nel marzo 2026 un gruppo di associazioni industriali ha chiesto alla Commissione di fermarsi e ripensare l’impostazione, mentre a giugno 2026 14 ministri hanno firmato una dichiarazione per un approccio mirato e basato sui dati.

Dopo la presentazione, il testo dovrà essere discusso e approvato da Parlamento europeo e Consiglio. Solo alla fine di questo percorso si conosceranno obblighi definitivi e date di applicazione.

Cosa fare adesso

Non serve aspettare la proposta per sistemare le cose che già oggi rischiano di essere pratiche sleali:

  1. Conta i passaggi per iscriversi e per disdire: se la disdetta è molto più complicata, è il primo punto da correggere.
  2. Manda un promemoria prima dei rinnovi automatici, con data e importo.
  3. Controlla urgenze e scarsità: timer, «ultimi pezzi» e offerte in scadenza devono essere veri.
  4. Rendi chiari i prezzi: totale, costi aggiuntivi e condizioni prima del pagamento.
  5. Dichiara le collaborazioni con creator e influencer.
  6. Istruisci il tuo assistente digitale a spiegare come disdire e a passare la conversazione a una persona quando serve, come facciamo con ADI.

Un sito chiaro su prezzi, abbonamenti e contatti è anche un sito più semplice da usare: è uno dei criteri con cui curiamo il Dynamic Website. Informazioni aggiornate a ottobre 2026. Questo articolo non è una consulenza legale.

Domande frequenti

Il Digital Fairness Act è già in vigore?

No. A fine ottobre 2026 la Commissione europea non ha ancora presentato la proposta. Il programma di lavoro 2026 la colloca nel quarto trimestre dell’anno; dopo la presentazione dovranno pronunciarsi Parlamento europeo e Consiglio.

Quando sarà presentata la proposta?

Il programma di lavoro della Commissione indica il quarto trimestre 2026. Il briefing del Servizio di ricerca del Parlamento europeo di ottobre 2026 riporta che, secondo le informazioni disponibili, la presentazione è prevista per metà novembre, ma non si tratta di una data confermata.

Cosa sono i dark pattern?

Sono scelte di design di un sito o di un’app che spingono l’utente verso decisioni che altrimenti non prenderebbe: pulsanti di rifiuto nascosti, urgenze false, percorsi di disdetta tortuosi. Oggi sono affrontati solo in parte dalle norme sulle pratiche commerciali sleali e, per le piattaforme online, dal Digital Services Act.

Il Digital Fairness Act riguarderà anche le piccole imprese?

Il perimetro preciso si conoscerà solo con la proposta. La Commissione ha detto che l’iniziativa punta anche a semplificare le regole per le imprese; secondo la scheda del Parlamento europeo, ad esempio rivedendo alcuni obblighi di informazione ai consumatori.

Fonti

Dall’articolo alla pratica

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